Claudio Borghi - LeoB

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Claudio Borghi

storie e racconti
Introduzione

Nella Bassa Modenese c'è gente semplice, genuina, cresciuta senza tante balle; famiglie operose che crescono i figli, li fanno studiare, li tengono per mano. Finchè riescono.
Poi questi figli diventano adolescenti, cominciano a guardarsi intorno e si accorgono che questi piccoli paesi sono un abito stretto, che il mondo sta cambiando, che il ritmo aumenta dappertutto e che in qualche modo bisogna far parte del cambiamento.
Cavezzo non sfuggiva a queste regole: la chiesa, il cinema, il bar dei ragazzi. Un po' troppo poco per potersi accontentare. Se volevi una discoteca dovevi andare a Mirandola alla Bussola, a Carpi al Picchio Verde o, ancor meglio, a Formigine al Picchio Rosso. Poi c'era lo Snoopy di Modena che li superava tutti perche' era il piu' "togo", quello con la gente piu' avanti, con le ragazze piu' fighe, con la musica migliore.

LA MUSICA
Credo che la musica sia un potentissimo mezzo di aggregazione: ti trasferisce le emozioni e le vibrazioni, le trasferisce a tutti quelli che la ascoltano, ciascuno le fa sue in modo diverso, ma soprattutto, e' un grande mezzo di comunicazione. Il testo della canzone lo condividi con tutti coloro che l'hanno ascoltato e gia' questo e' un ottimo modo per avere qualcosa in comune agli altri, a quelli che hanno i tuoi gusti: puoi parlare con uno sconosciuto di una canzone e, nonostante tu non abbia la minima idea di cosa lui pensi, hai gia' qualcosa in comune ovvero la conoscenza del pensiero, del testo, della musica.
E' per questo che la musica e' cosi' importante nella vita di tutti noi. Perche' oltre a celebrare le nostre emozioni piu' intime e' qualcosa che lega anche gli sconosciuti. Ai concerti ti ritrovi in una folla immensa di gente che non hai mai visto, che vive vite diverse, che ha opinioni distanti dalle tue ma che insieme a te sogna e si emoziona per lo stesso fluido impalpabile che c'e intorno.
Questo bisogno di aggregazione e' fortissimo nell'adolescenza che e', probabilmente, il periodo piu' sincero della vita. Ti esprimi senza condizionamenti, hai il candore della giovinezza e la prorompenza dell'eta' ma ti manca sempre qualcosa e, soprattutto, ti manca sempre qualcuno. Qualcuno da conoscere, qualcuno con cui confrontarti, qualcuno con cui divertirti, qualcuno con cui costruire qualcosa e qualcuno con cui  fare gruppo.

IL GRUPPO
Tutto comincia per caso. Al bar, con pochi soldi in tasca e tanta fantasia da spendere, il tempo passa lento. Si fanno le solite cose, ci si prende in giro, si gioca a carte, si fuma e le sere sono quasi tutte uguali. Fino a quando qualcuno comincia a raccontare di un fenomeno nuovo che e' appena partito. A Milano c'e una radio libera che ha iniziato le trasmissioni e che sta diventando la nuova voce di coloro che fino ad oggi hanno solo potuto ascoltare e mai parlare. Ora si puo' comunicare a tutti e si possono proporre i propri gusti musicali. Ti immagini che figata. Puoi far sentire la tua voce al cielo ed immaginare che tutto il mondo la ascolti, puoi trasmettere la musica che ti piace e puoi pensare che in tante case, in tante stanze, tanta gente ascoltandoti condivida le tue emozioni e ti sia amica, anche senza dirtelo. Anche soltanto perche' la tua musica gli da il buonumore, perche' piu' tardi uscendo la fischiera' per strada.
E' un progetto bellissimo. Poi la tecnologia: due giradischi, un mixer, il microfono, le cuffie, un registratore. Riuscire a gestire tutte queste cose insieme e' un'impresa ma ci si puo' provare e pian piano si migliora. Peraltro la concorrenza ancora non esiste. E poi in questa prima fase lo si fa soprattutto per se stessi. Chi ti ascolta adesso e' poco piu' del vicino di casa e forse neanche quello. Chi ti ascolta adesso e' chi fa parte del tuo gruppo, di quel gruppo che ha avuto l'idea e che l'ha realizzata coinvolgendo tutti coloro che avevano la voglia e l'attrazione per fare qualcosa di nuovo e di importante.

DOVE
Per fortuna che c'e Besutti. Una casa vuota, ancora in condizioni decorose. Se risistemi alcuni ambienti ce la puoi fare. Poi ha un'entrata indipendente. Quindi via. Si tinteggiano i muri, si sistemano le porte, si attaccano i cartoni da uova alle pareti per l'insonorizzazione, un tavolo di ferro con il pianale in panforte, un po' di cavi, alcuni poster alle pareti. Ci si puo' riuscire.
L'avventura finalmente inizia.
Capitolo I

Siamo nella seconda metà del 1976.
Le vacanze estive allora non erano come quelle di oggi; iniziavano ai primi di giugno e fino alla fine di settembre c'era tempo per divertirsi, annoiarsi, cazzeggiare, lavorare, frequentarsi e passare sere interminabili a parlare di tutto - ma in verità, spesso a parlare di niente.
Tutto quel tempo libero diventava ingombrante; uscivo al pomeriggio per andare al bar e già sapevo che la giornata sarebbe stata lunga perché non c'era quasi mai qualcosa di preciso da fare.
E più tempo avevo e più il tempo non passava. Mai avrei immaginato allora quanto stavo sottovalutando quella enorme ricchezza che mi si sfilava dalle mani senza che me ne accorgessi, che mi passava intorno lambendo i miei pensieri e la mia giovinezza, con la noia che spesso era la compagna più presente e più invadente della giornata.
La noia è come una carie; se ti aggredisce inizia piano piano e poi cresce, cresce, cresce fino a farti male.
Nella mia stanza da letto mi ero creato una specie di nido: avevo fatto mettere la moquette nuova di color marrone scuro ed avevo dipinto le pareti e il soffitto dello stesso colore. No, non c'era niente di lugubre o di misterioso ne' volevo essere originale a tutti i costi; semplicemente mi piaceva vedere il contrasto con la laccatura bianca dell'armadio, del letto e dello scrittoio e poi era utilissimo per dormire bene perché eliminava ogni fonte luminosa e riposavo meglio.
Di fianco allo scrittoio avevo un mobiletto in vetro ed acciaio cromato che ospitava qualche povero pezzo di un impianto stereo. Purtroppo non avevo tutti i componenti che occorrevano perché lo stereo me lo stavo comprando un po' alla volta, estate dopo estate, finanze permettendo. Avevo solo l'indispensabile: un giradischi da pochi soldi, un registratore stereo AIWA per cassette ed un amplificatore stereo JVC che in verità non mi serviva affatto per amplificare la musica perché non ero ancora riuscito a comprarmi le casse. Per cui la musica l'ascoltavo con un meraviglioso paio di cuffie Sennheiser con la spugna gialla che erano i diffusori più fedeli che mi potevo permettere.  Quanto erano belle e quante emozioni mi hanno dato quelle cuffie, perché la musica faceva un percorso brevissimo: dalla puntina del giradischi subito ai magneti della cuffia e via dentro al cervello. Era come bere la cedrata di frigo in estate. Ti scorreva fresca in gola con quel sapore dolce ma così particolare, diverso dal solito.
Ognuno ha i propri gusti, sia nelle bibite che nella musica.
Io cercavo sapori un po' alternativi, fragranze un po' particolari; non mi accontentavo della Coca Cola anche se mi piaceva molto pure quella.
Così era per la musica.
Non disdegnavo i gusti commerciali, la musica leggera italiana ed anche la disco music. Ma la musica che compravo, quella che volevo conservare e collezionare, quella di cui volevo i dischi in originale che custodivo con una cura quasi maniacale, era la musica pop inglese ed il country americano.
Quei pochissimi dischi che ero riuscito a comprare erano come dei tesori di famiglia. Nessuna piega di copertina, nessun graffio, conservati nelle plastiche rigide dello Snoopy di Modena perché non si rovinassero, rigorosamente in posizione verticale uno di fianco all'altro a farsi compagnia.
Gli LP di allora erano qualcosa di speciale. Le copertine così belle, colorate ed all'interno, quando li aprivi come il prete apre il libro della messa, trovavi delle foto strepitose, spesso anche i testi in inglese.
Quelle foto, grandi come dei cartoni da pizza, non le avevo così grandi neppure dei miei genitori o delle mie sorelle o dei nonni. E quando le guardavo, quando osservavo lo sguardo di questi matti che saltavano o che ti fissavano implacabili, a volte avevo la sensazione che fossimo parenti o perlomeno che mi conoscessero. Perché il dubbio era se ero stato io a scegliere la loro musica o se la loro musica avesse scelto me.
Ma il mio stock di musica, sempre per quel maledetto problema dei pochi soldi in tasca - che è un motivo dominante dell'adolescenza - era purtroppo molto limitato mentre la mia sete era molto, ma molto più grande di quanto potessi permettermi andando da Renato a Mirandola o da Mati a Modena.
Quindi dovevo per forza abbeverarmi ad altre fonti, fonti da cui scorreva tanta musica gratis ma che purtroppo non potevo scegliere io. E forse questo, se da un lato un po' mi infastidiva, verosimilmente dall'altro mi arricchiva perché mi permetteva di ascoltare tante cose nuove, che nemmeno sapevo esistessero.Così poi avrei potuto scegliere.
Questa fontana musicale era una vecchia radio a valvole, di quelle quasi grandi come un televisore inserite nel classico mobile di legno rettangolare a bordi rotondi.
La parte superiore  era tappezzata con una tenda damascata che copriva l'altoparlante, non stereo ma con una fedeltà nella riproduzione di rara eccellenza.
Nella parte inferiore c'erano ai lati due grosse manopole in plastica: il volume con l'interruttore di accensione a sinistra e la sintonia a destra e nel centro una specie di muso da macchina che sembrava il frontale di una Fiat 1100 con mille righe ed i riferimenti delle frequenze. In centro in basso alcuni tasti di plastica color avorio per cambiare da onde medie a modulazione di frequenza. Poi, sempre sulla sinistra, di fianco al volume c'era un bellissimo occhio luminoso verde, sembrava uno smeraldo elettrico, che si restringeva se c'era poco segnale e che si allargava a palla quando avevi il segnale al massimo. Magari lo mettessero così oggi sui cellulari al posto di quelle insignificanti barrette grigie.
L'unico tasto avorio costantemente schiacciato era
"FM - MODULAZIONE DI FREQUENZA"
Perché in Fm all'inizio, c'era una cosa meravigliosa:
Punto Radio di Zocca
Il momento della giornata che preferivo per ascoltare la radio era di notte, al buio.
Le pareti marroni, la moquette buia erano flebilmente illuminate dalla luce della radio. E poi, nello schermo della radio, questo meraviglioso smeraldo verde, bello carico,  da fissare intanto che la musica veniva fuori incessante, con una sonorità così particolare, con il calore delle valvole che più passavano le ore e più diventavano incandescenti.Emanavano anche un odore così antico e particolare quasi una fragranza orientale di quelle che accendono nei bar di Sharm.
Di notte a Punto Radio c'era soltanto la nastroteca che andava e spesso rimettevano gli stessi Revox a distanza di pochi giorni. Poi ogni due o tre pezzi quello stacchetto vocale così semplice, povero, nudo ma così originale, comunicativo e ripetitivo, come la goccia di un lavandino che perde: "Qui Punto Radio. E li' ?".
Chi aveva avuto questa idea, non so se Vasco oppure Mario Giusti, era sicuramente qualcuno di speciale. Ti regalava la musica, ti faceva volare con i pensieri e la fantasia ed ogni tanto ti mandava un saluto, come per dirti "Io sono qui - e tu ci sei?" e poi via di nuovo con le emozioni.
Le trasmissioni andavano avanti fino alle due o alle tre di notte e spesso, anche se stanco, non volevo dormire. Salvo poi svegliarmi regolarmente la mattina con quel brusio di sottofondo che la radio emetteva quando la frequenza non era più attiva e lo smeraldo elettronico che da diadema grande come un'unghia si era assottigliato fino a diventare una strettissima linea verticale verde esattamente uguale agli occhi di un gatto alle 11 del mattino con il sole sul muso.
Questo è stato il mio primo approccio alle radio libere; in quei giorni mai avrei creduto che di lì a poco avrei avuto l'occasione di partecipare ed essere cooprotagonista in una esperienza così grande e così speciale come quella meravigliosa, unica ed irripetibile di RC 103.
Capitolo II

Il nocciolo duro del Bar Cinzia era costituito da più di una dozzina di elementi con caratteristiche spesso molto difformi l'uno dall'altro ma tutti legati da una componente comune: l'adolescenza ed una incontrollabile voglia di "provarci". Provarci a fare tutto, provarci per vedere se ci si riusciva, provarci per dimostrare di esserne  capaci, provarci per confrontarsi, competere e vincere ma spesso anche solo provarci per il gusto di farlo e di divertirsi insieme; provarci per essere migliori.
Come in ogni gruppo che si rispetti c'era chi aveva caratteristiche di leader, chi - più originale ed estroso - aveva il ruolo di leader pazzo e tutti gli altri che invece, ciascuno con la propria personalità, facevano parte del coro.
Non sempre è necessario essere sopra le righe ma a quell'età la convinzione comune era che non c'era alcun bisogno di essere normali, che ci sarebbe stato tantissimo tempo davanti per omologarsi agli altri, che uniformarsi era sinonimo di invecchiare. Si sentiva quell'inebriabile fermento tipico dell'adolescenza, quell'adrenalina che non si fermava neanche durante il sonno. La freschezza dell'età e la voglia di diventare grandi il più velocemente possibile ti eccitavano senza tregua. Quella agitazione così forte rende i giovani così belli e luminosi, così speciali.
Così accadde che quel gruppo di giovani di belle speranze cominciò a pensare seriamente di realizzare qualcosa di unico, di diverso: pensò di creare LA RADIO.
Le competenze tecniche erano ancora ad una fase embrionale, le frequenze erano una bestia strana; fino ad allora di "Modulazione di Frequenza" pochi ne avevano sentito parlare.
Nel pensiero comune la radio era assimilata ad un contenitore di plastica colorata, grande come un pacchetto di biscotti, dal quale uscivano la cronaca delle partite di calcio, il giornale radio e solo a volte qualche bel pezzo di musica.
Però la radio poteva diventare molto di più, poteva essere un modo per comunicare, poteva essere l'espressione del gusto musicale anche più insolito, poteva fare cultura, poteva essere qualcosa di più fresco, di più giovane, poteva dare emozioni.
Ecco, le emozioni.
Le emozioni erano il vero cibo che tutti cercavamo, con una fame insaziabile, con un'appetito infinito. E con la radio la voglia di gustare emozioni diventava un modo per farle assaporare anche agli altri, per condividerle anche con chi, distante, ti ascoltava.
Qualche pioniere era già partito per questo nuovo percorso, si era avventurato realizzando la prima bozza di quello che con il tempo sarebbe diventato un fenomeno importante, un fenomeno culturale, un grande momento di aggregazione collettiva, l'espressione della creatività mediatica ed immancabilmente anche del business della musica.
Radio Milano Centrale, Radio Popolare, e qualche altra rara iniziativa nel Nord e nulla più; in Emilia era appena partita Punto Radio. Non c'era altro. Giravi la manopola della radio e non sentivi niente, solo fruscio, vento e silenzio. Perché non riempire quel silenzio, perché non esprimere la voglia di essere grandi facendo i DJ, perché non condividere con il mondo l'ascolto della musica.
Credo che questi siano stati i bisogni primari che quel gruppo di "ragazzini" (in verità non tutti lo erano anagraficamente ma probabilmente molti ancora lo erano nello spirito) cercava di soddisfare.
La vecchia casa di Besutti si ergeva nel bel mezzo di un passo di fronte alla Casearia; a fianco, una sulla destra ed un'altra sulla sinistra, c'erano le due ville nuove dove abitavano in una i genitori con i figli e nell'altra i nonni con la Tata.
Questa vecchia casa ora veniva solo in parte utilizzata come magazzino dei cartoni; il primo piano era tutto vuoto. Era la soluzione ideale per provare ad allestire una specie di stazione radio.
C'era tutto, addirittura anche il bagno indipendente.
Di fronte alla piccola porta d'entrata partiva una rampa di scale in mattone rosso che portava al primo piano: la prima stanza era una sala grande che sarebbe diventata una specie di sala d'attesa e/o sala riunioni. Da lì, procedendo verso sinistra si aveva accesso ad un'altra stanza che fu successivamente adibita ad archivio dischi. Seguendo un percorso contorto si arrivava ad un altro locale e poi, finalmente, alla sala trasmissioni.
In questa "casa laboratorio" è iniziata una esperienza eccezionale con tantissimi protagonisti che nel tempo si sono avvicendati; chi arrivava per la prima volta e si entusiasmava, chi arrivava e poco dopo in silenzio spariva, chi allargava il cerchio coinvolgendo amici e conoscenti, chi non sapeva cosa fare e veniva per stare in compagnia. Tutti erano accomunati da grandi passioni: musica, amicizia e voglia di divertirsi.
Illustrerò un po' alla volta tutti coloro che hanno sviluppato e gestito una iniziativa impegnativa ed importante e che hanno quindi reso così unica questa esperienza, ma in questa fase voglio inizialmente parlare di coloro che per primi si misero intorno ad un tavolo per tentare di realizzare questa idea, per dare vita a questa unica ed irripetibile iniziativa che e' stata RC 103; per quanto ovvio l'ordine di presentazione è assolutamente casuale.    

"Gianni" vantava una certa esperienza nell'elettronica; ricordo che a volte mi capitava di entrare nel laboratorio di Mantovani & Baraldi dove sistemavano i televisori, le radio ed i registratori. Tutta questa merce allora si rompeva molto più spesso di oggi e nonostante il boom economico fosse ormai consolidato, le famiglie difficilmente li buttavano al primo inconveniente; c'era la cultura di conservare le cose. Un televisore era un bene durevole; lo compravi e lo tenevi almeno quanto una autovettura. Se si guastava andavi da Rodolfo, di fianco al Bar Cinzia, e lui te lo riparava; spesso anzi lo faceva riparare a Gianni, questo ragazzo alto, magro, biondo che girava con un "LUI" color arancio e che aveva una parlantina da imbonitore. Gianni ha passato buona parte della sua adolescenza con un saldatore da stagno rovente in mano a cambiare condensatori, sostituire transistor, triac, resistenze, potenziometri, testine e tutti quegli aggeggi infernali attaccati con l'argento alle schede. Li controllava, li guardava e poi con lo stagno li attaccava riempiendo il laboratorio di  fumo e di un odore di bruciato che era però così tecnologico! Come facesse a capirci qualcosa era per me un mistero, però alla fine le cose riusciva a farle funzionare.
Gianni aveva sempre bisogno di fare qualcosa di nuovo, di comunicare e la sua abilità dialettica era tale che, se inizialmente a te poco interessava quello che ti illustrava, alla fine eri talmente coinvolto che ti sentivi in dovere di stare al gioco e di dare il tuo contributo.
Quando nacque l'idea della radio io non ero ancora della partita; però immagino che sia andata così:
"Dai che prendiamo un trasmettere al quarzo, mettiamo una antenna sui tetti, possiamo provare anche con qualcosa di simile alle antenne dei CB, mettiamo su una sala trasmissioni e gli facciamo vedere cosa siamo capaci di fare noi della bassa".

"Il Gallo" era un vero personaggio, sempre "tirato a spigolo", sempre sorridente, a volte fin troppo. Quante volte nell'andare in giro per Riccione gli proibivo di ridere perché il movimento del sorriso gli alzava così tanto le gote del viso da fargli chiudere gli occhi. Secondo me a volte mentre rideva non ci vedeva più. Poi appena il sorriso si ritirava spuntavano quei due occhi neri furbi che radiografavano tutta la fauna femminile presente fra Viale Dante e Viale Ceccarini mentre con la macchina presidenziale, quel meraviglioso 130 Coupè bianco automatico, ci facevamo una serie interminabile di "vasche" con il braccio appoggiato al bordo della portiera come dei veri vitelloni.
Il Gallo credo sia stato uno dei principali finanziatori dell'iniziativa; aveva convinto sua madre che la Radio era una buona causa e questa santa donna non ebbe la forza di dirgli di no sganciando un pacco di soldi che servirono per acquistare i primi impianti stereo.

"Leo" è l'amico ideale. E' semplice, leale, con lui sei sempre in sintonia. Puoi restare mesi e mesi senza ne' vederlo ne' sentirlo poi quando lo ritrovi hai la sensazione di averlo frequentato il giorno prima. E' una amicizia senza tempo, senza periodi;  è una amicizia illimitata, pulita.
Ci siamo conosciuti da bambini all'asilo ed abbiamo fatto le elementari insieme. Da allora, a volte più frequentemente, a volte meno, ci siamo sempre tenuti in contatto. Da bambino quanti pomeriggi ho passato a casa sua; spesso per rimanere in compagnia passavamo ore ed ore alla macchina delle uova.
I genitori e i nonni erano tutti presi dalla loro attività ed i figli, come succede nelle buone famiglie, aiutano i grandi a fare quello che c'e da fare. Per cui dopo aver finito i compiti ed aver giocato finivamo spesso a passare le uova in quei grandi pianoforti grigi che le smistavano misurandone il calibro; poi si mettevano nei cartoni grigi cercando di romperne il meno possibile.
Leo era abilissimo a disegnare, faceva delle cose meravigliose. Ricordo che nel vecchio ufficio di suo padre aveva disegnato sui pannelli di fòrmica beige una specie di cartone animato con le palme ed una infinità di puffi. A me sembrava un'opera d'arte.
E' sempre stato magro come un chiodo, con i capelli lisci ed un sorriso sincero sul viso.
Aveva due sorelle: Simona e Carla.

"Simona", maggiore di 5 anni, è una persona speciale. Era avanti una vita rispetto a noi, aveva studiato alle magistrali ma fare la maestrina non era la sua vera aspirazione, aveva la passione della chitarra, della musica country e della moto.
Gia', la moto.
Immaginatevi circa 33 anni fa di vedere sfrecciare per strada un pezzo di figliola alta 1,80 (tacchi compresi) con i capelli lunghi mori (allora il casco non era obbligatorio), con due stivali neri da cavallerizza che cavalca una fiammante SUZUKI GT 380 grigia. Che spettacolo, sia lei che la moto. Simona era la sensibilità e la tenerezza fatte a persona; aveva un sorriso ed una buona parola per tutti e tutti le volevano bene.

"Carla" invece, la sorella più giovane, allora era poco più di una bambina, uno scricciolo con i capelli a caschetto che giocava con tutti; ed anche a lei tutti volevano molto bene. Era la mascotte della Radio.

"Tony" era un ragazzino minuto, anche lui con i capelli lunghi a caschetto. Aveva un carattere esuberante, era sveglio, aveva la battuta sempre pronta ed era in grado di coinvolgere chi gli stava intorno; era furbo, arguto e divertente. Assieme ad alcuni altri ragazzi del bar aveva appena messo su una società di imbianchini ed anche dopo il lavoro quel gruppo era molto unito. In radio infatti iniziarono a trasmettere insieme (lui, Settembre, il Giglio, Sauro e il Pollo) facendo una specie di programma di musica da discoteca che, in verità, era un concentrato sì di bella musica, ma anche di scemenze spaziali. Erano indubbiamente molto creativi e questa creatività abbinata alla loro grande sintonia li portò addirittura ad inventare personaggi di fantasia spassosissimi. Ricordo che uno dei classici era "Gaetano: il ragazzo della Moglia" che veniva mimato da Tony facendo credere a chi ascoltava che questo villico chiamasse telefonicamente ogni sera durante la trasmissione (allora il telefono manco l'avevamo) per parlare con gli speaker.

"Settembre" era un animale da discoteca. Caschetto biondo, fisico palestrato, sempre una giacca a vento celeste salvo che non andasse a ballare: in quel caso era sempre in tiro. Veniva dal basso ferrarese ma si era integrato bene anche se all'epoca era uno di quelli che a far cazzotti non si tirava indietro. Il suo nome completo era "Settembre Nero" e traeva origine da un gruppo di terroristi palestinesi che alle olimpiadi di Monaco del 1970 fece una strage uccidendo 11 atleti israeliani; all'epoca le sue caratteristiche somatiche erano tali da evocare un misto fa un terrorista ed un tupamaros. E' sempre stato buono di carattere anche se era un "gran selvatico". L'italiano a volte lo masticava male e tutti ricordano come una domenica sera , nella noia e nell'indecisione su cosa fare, esordì dicendo testualmente: "A un cert punt andem al cimena". Quella frase non gli fu più perdonata e gli è rimasta appiccicata come un tatuaggio indelebile.

"Il Giglio" era un ragazzo educato, taciturno, introverso, un po' timido. La sua presenza era sempre molto discreta, non prevaricava mai nessuno ed ascoltava molto. Era la classica brace spenta: aveva una fantasia ed una simpatia veramente singolari e riusciva a suggerire, sempre in modo molto discreto, quasi sussurrato, le battute o le idee a chi poi, più esuberante di lui, le utilizzava per emergere dal gruppo facendole proprie. Anche il suo modo di camminare era silenzioso, felpato; sembrava un felino buono e mansueto. Aveva il senso dell'eleganza, della qualità; era l'unico che girava per il paese, senza mai apparire, su uno splendido Golf Cabrio nero.

"Strullo" era una colonna del bar, difficile non trovarlo negli orari canonici. Di carattere brillante anche lui era sempre in pista per un giro in discoteca. Come DJ non era molto loquace e sentiva un po' l'imbarazzo del microfono, ma siccome inizialmente si andava in trasmissione almeno in due (uno al mixer e l'altro al microfono) se la cavava come tutti gli altri. Magro, sigaretta costantemente accesa, portava spesso una giacca di pelle marrone che lo faceva un po' originale. Non so il perché ma spesso nel guardarlo mi ricordava il viso e le movenze di John Lennon.

"Sauro" è sempre stato esuberante. Una specie di scavezzacollo (nel senso buono della parola), uno di quelli che trainano il gruppo, che decide e che ha anche seguito: in estrema sintesi un leader. Tutto quello che ti poteva venire in mente di fare lui l'aveva già fatto, tutto quello che era meglio non fare anche quello spesso lui l'aveva già fatto! Pensare a lui in quel periodo mi fa ricordare la canzone di Elio e le storie tese "Mio cuggino": ecco Sauro era proprio "A Mio cuggino".

"Il Pollo" era alto, un pochino curvo, e con la bocca larga. Faceva parte dello staff del gruppo, era assieme al Giglio uno dei meno loquaci. Non ho mai capito bene se della musica gli interessasse davvero; forse stava lì più per stare in compagnia che per fare qualcosa di specifico. Infatti poi lui in trasmissione ci andava pochissimo anche se bazzicava l'ambiente come fosse un habituè.

"Maurizio" era un biondino stile "Alan Ford"; alto, magro, con le gote rosa ed il viso paffutello. Girava con una 128 coupè rossa ed in più si era fatto diverse moto: l'apoteosi è stata una bellissima Kawasaki 900 testa nera con il sellino in pelle chiara. Era un assiduo frequentatore del Cinzia; appena usciva da Salvioli faceva il suo giro al bar e si organizzava per giocare a calcio che era per lui una grande passione.
Capitolo III

La mia prima volta (a RC 103)


Al Bar Cinzia da qualche settimana non si parlava d'altro.
Si respirava una insolita effervescenza; sembrava che, come d'incanto, nessuno avesse più tempo libero. Anche la frequentazione degli "afecionados" era diventata sporadica, saltuaria, precaria e comunque la loro permanenza in Piazza Cervi era veramente ridotta ai minimi termini. Al mitico Rodolfo (gestore del Bar) forse questa fase di calma non era neppure dispiaciuta visti gli indubbi benefici sulla qualità della sua vita che finalmente non lo vedeva più come un domatore serale  di liti e tafferugli, come un buttafuori nonchè come il "capro espiatorio" verso la comunità del paese per il malcostume e la scelleratezza dei frequentatori del suo bar.
Forse anche gli stessi inquilini del grande palazzo sovrastante, ormai rassegnati a convivere con le scorribande ed il chiasso fino a notte fonda alimentato di volta in volta dalla presenza costante ed ininterrotta di quello sciame di adolescenti senza Dio e senza Famiglia, erano disorientati da questa calma apparente, da questo inusuale silenzio che caratterizzava da qualche tempo l'inizio delle loro serate domestiche davanti alla TV.
Ma dove erano finiti questi mocciosi irriverenti e chiassosi con i loro motori, le loro sgommate, gli stereo con i Tavares "a palla" come nei Rave Party, le loro parolacce e le loro imprecazioni?
Forse una silenziosa epidemia se li era portati via?
Non era proprio così; come regolarmente accade alle migliori specie di volatili (e il paragone non e' certamente casuale) si era semplicemente realizzata una migrazione temporanea da Piazza Cervi a Via Gavioli (sede della radio).   
La prima volta che sono entrato nei locali di RC103 ho provato una sensazione nuova ed affascinante; sentivo che lì sarebbe successo qualcosa di importante e morivo dalla voglia di poterne fare parte.
Agli inizi tutto era ancora molto naif: le pareti degli ambienti erano ancora da sistemare, l'illuminazione precaria, l'arredamento era un insieme indifferenziato di pezzi datati, consunti e dismessi che provenivano dagli scantinati dei soci fondatori.
Solo la sala trasmissioni era ad un livello decisamente più professionale; per l'epoca era un concentrato di tecnologia.
Su due tavoli di panforte era collocata tutta l'impiantistica necessaria: due giradischi bianchi con trazione a cinghia della Lenco che allora chiamavamo "piatti" perché era certamente piu' figo, un mixer artigianale a 5 ingressi con i suoi bei 2 vuumeeter illuminati che si muovevano come le mani di un direttore d'orchestra, una misera piastra nera per cassette "stereo 7" della Philips senza neppure il Dolby e, piu' distante, un po' piu' in alto si ergeva solenne uno splendido registratore a bobine della Akai con doppia traccia, effetto eco e chi più ne ha più ne metta. Poi c'erano le aste con i microfoni ed alcune cuffie. Il tutto era legato a triplo filo, come un regalo di Natale, da una disordinata miriade di cavetti che si incrociavano, si mescolavano; spinotti e jack erano sparsi in ogni dove ma facevano così hi-tech che tutti ne erano orgogliosi.
Ogni volta che muovevi lo sguardo implacabilmente ti ritrovavi davanti agli occhi un cartello bianco a scritte blu cubitali che ti intimava: "SILENZIO-TRASMISSIONI"; sembravano quelle enormi scritte che al tempo del fascio Mussolini aveva fatto mettere nelle Case Cantoniere, nelle piazze e lungo gli argini di pietra delle strade.
Poter entrare in sala trasmissioni mentre si era "On the Air" era un privilegio riservato a pochi; per me, che ancora non facevo parte del gruppo, erano valse le intercessioni ed i buoni uffizi di Leo che mi hanno accreditato da subito come uno di quelli che potevano restare.
In religioso silenzio mi sedevo ad osservare come facevano a far funzionare ed a coordinare tutti quegli apparecchi ed ogni volta che mi giravo, puntualmente uno di quei cartelli intimidatori mi ricordava la mia condizione di spettatore precario.
Chi accedeva alla sala trasmissioni si preparava preventivamente i dischi; occorrevano non meno di 15 brani che venivano messi in successione manuale alternandoli sui due piatti disponibili.
La parte più difficile per chi stava in regia era di non sbagliare il solco iniziale: rischiavi di avere dei silenzi interminabili oppure di alzare il cursore del mixer con il pezzo già iniziato.
Poi occorreva non fare movimenti bruschi: la precarietà dei tavoli faceva frequentemente saltare la puntina e questo era da evitare tassativamente.
Io però volevo di più, non mi accontentavo di fare l'ascoltatore, morivo dalla voglia di provarci, di vedere se ce l'avrei fatta ed ero curioso di verificare come ce l'avrei fatta.
Avevo un grande handicap: ero forse il più giovane di tutti e a quell'età le discriminazioni verso i più piccoli sono enormi. I piu' grandi non hanno voglia di insegnarti e temono sempre che rompi qualcosa o che succeda qualche casino.
Avevo però anche un grande asso nella manica: era ancora estate, con le vacanze estive disponevo di tanto tempo libero che per quel tipo di attività e' materia prima con valore inestimabile; in più di musica ne masticavo già un po' e, non ultimo, saldare a stagno, collegare apparecchi ed utilizzare registratori non era un'attività sconosciuta.
Tutto questo mi permise nel giro di alcuni giorni, dopo interminabili appostamenti in sala d'attesa, di poter iniziare a provare a fare qualcosa.
I programmi in diretta cominciavano alle 18 con il liscio, ma già alle 17 si iniziava a trasmettere musica per occupare la frequenza. Era qualcosa di molto semplice: bastava accendere la strumentazione e diffondere, senza parlato, della musica. Ricordo che in quei 60 minuti trasmettevo sia il "lato A" che il "lato B" di un LP; mi piaceva pensare che chi stava ascoltando aveva l'opportunità di registrare su una cassetta stereo 7, a casa propria, con il microfono puntato sull'altoparlante della radio, senza interruzioni e con un buon livello di fedeltà "Atom Heart Mother" dei Pink Floyd piuttosto che "Selling England by the Pound" dei Genesis.
Pensandoci oggi era come aver realizzato una sorta di E-Mule della preistoria.   
L'emozione era al massimo. Non mi sembrava vero, era una soddisfazione indescrivibile sedersi davanti a quel mixer e sentirsi padrone del vapore, controllare i livelli di uscita, utilizzare il preascolto in cuffia. Insomma fare tutte quelle cose che solo ai grandi era permesso.
Poi, passo dopo passo, sono gradualmente riuscito ad intrufolarmi in un programma pomeridiano di disco music - prima come assistente in regia, poi come co-speaker.
Da lì in poi è iniziata una splendida avventura che avrebbe assorbito tutto il mio tempo libero dei successivi 18 mesi.
Capitolo IV

Il punto della situazione

Anche se all'epoca parlare di organizzazione per una struttura così estemporanea come quella di RC103 potrebbe sembrare lievemente sopra le righe, in verità una strategia, un disegno, la ricerca di un modello di lavoro, la definizione degli obiettivi, l'analisi dei competitors e la valorizzazione dei propri punti di forza, veniva regolarmente discussa ed elaborata nelle riunioni mensili.
Era un momento di riflessione collettiva, una comunione di considerazioni, spesso anche molto contrastanti dove si spaziava dagli aspetti tecnici, alla programmazione, alle nuove idee e poi regolarmente si finiva a commiserarsi sulla pochezza delle finanze disponibili che non erano mai sufficienti a coprire i costi di gestione; avevamo tutti gli skills necessari per aspirare entro breve tempo alla quotazione al listino della borsa ufficiale di Milano!

Dopo aver parcheggiato il mio fedele "College Prototipo R nero" sul marciapiede davanti alla radio, sono salito per le due piccole rampe di scale che portavano al primo piano e già qualcuno aveva predisposto il tavolo centrale con fogli bianchi in ordine sparso e qualche biro. Alle riunioni in radio venivano di norma i soci fondatori ed i collaboratori; tante persone, alcune di loro non avevano l'istinto animalesco del DJ e quindi non partecipavano alla vita quotidiana del gruppo di trasmissione ma erano affascinati dalla forza di questa nuova iniziativa, dalla libertà che veniva espressa nella conduzione dei programmi. Non esistevano vincoli scritti, non esistevano veti, regole o divieti, chi stava in sala trasmissioni aveva il microfono "on the air", poteva programmare ciò che voleva, poteva parlare di ciò che preferiva. Un mondo delle comunicazioni ideale dove la personalità, la sensibilità e non solo quella musicale, potevano essere diffuse ad una platea indefinita di ascoltatori, spesso senza neppure avere alcun feed-back sul loro gradimento.
Più si avvicinavano le 9 di sera e più quella stanza cominciava ad impregnarsi di fumo, i posaceneri strabordavano di mozziconi di Marlboro e Muratti e più arrivava gente e più il fumo aumentava.

Gianni aveva preso l'ordine del giorno della riunione, non senza ripetuti inviti a smetterla di fare casino ad una sorda platea di chiassosi partecipanti ed iniziò a snocciolare i singoli argomenti venendo regolarmente interrotto ogni 3 parole.
Il primo argomento della serata era squisitamente tecnico e trattava della copertura della frequenza sui 103 Megahertz che era costantemente compressa dalle altre radio confinanti che, vuoi per una maggior potenza dei ripetitori, vuoi perché i quarzi utilizzati all'epoca non erano poi così precisi, ci vedeva spesso limitare il margine di copertura (in questo caso non è un ratio di natura finanziaria) con riduzione delle zone presidiate.
Mentre Gianni dava sfoggio della sua ampia cultura nello specifico campo delle comunicazioni radio, dalle seconde file, sui divanetti dove erano seduti quelli che non trasmettevano mai e che venivano in radio anche solo per il fascino dell’iniziativa, una voce matura ed interlocutoria esordì in un marcato dialetto cavezzese:
"An vrev minga dir na casada" iniziò, e senza avere la possibilità di parlare ulteriormente venne immediatamente a sua volta interrotto da Maurizio:
"Sperem Cassio,...sperem!".
Una sonora risata collettiva accolse così l'intervento di Cassio.

"Cassio" era un tecnico radio, un elettricista, un antennista e forse anche qualcosa d'altro. Robusto, con i baffi, sempre sorridente, aveva il capo rotondo con una chioma di capelli scuri stile Einstein. Già qualche tempo prima aveva avuto un approccio con l'etere mediante la realizzazione di una frequenza televisiva denominata TRC. Non mi è mai stato chiaro se questo fosse l'acronimo di Tele Radio Cavezzo e di Tele Radio Cassio; ad ogni modo l'esperienza catodica non era di fatto mai decollata. Scimiottando la RAI, la sua sigla di inizio trasmissioni in bianco e nero partiva con un traliccio, tipo quelli dell'Enel, per poi far apparire a scritte cubitali TRC quasi fosse un canale nazionale, ma rimase solo una sua esperienza e null'altro.
Aveva tappezzato con adesivi di questa TV la sua 124 familiare color beige (che peraltro ancora oggi utilizza) ed andava in giro per il paese a rifare antenne TV tutto il giorno.
Le sue competenze tecniche sulle apparecchiature hi-fi erano impensabili: metteva le mani sui transistor e sulle valvole con una padronanza assoluta. Mi capitò di far saltare il woofer di una cassa autocostruita e lui, pazientemente e con grande mestiere, ha rifatto a mano tutta la spola di rame sotto al cono riportandola al suono originario. Incredibile!! Veniva alle riunioni in camice da lavoro azzurro e con fare molto amichevole partecipava apportando le sue idee. Qualcuno lo aveva soprannominato “Nuvola Azzurra”.

Cassio, dall'alto della sua esperienza pluriennale, non si diede per vinto, incassò la battuta senza il minimo risentimento e continuò spiegare i suoi punti di vista come se niente fosse, spesso saltando di palo in frasca come soltanto chi può essere definito "tuttologo" può fare.

"Dai ragazzi smettiamola di fare casino, lasciatelo parlare, anche lui ha diritto di dire la sua opinione" esclamò con voce ferma ed autoritaria il mitico Cavazza.

"Cavazza" sembrava la copia esatta di Maurizio Vandelli dell'Equipe84. Alto, magro, con una testa piena di capelli. All'epoca in quella folta chioma c'era soltanto qualche raro velato filo d'argento; con il tempo, i fili d'argento si sono moltiplicati diventando inesorabilmente bianchi come il latte. Persona sensibilissima, dotata di un altruismo insolito era sempre pronto a dedicare tutto il proprio tempo ad ascoltare gli altri per offrire un aiuto, un sostegno morale, un conforto.
In quello che faceva ci metteva sempre l'anima e forse anche di più.
Girava con una Fiat 128 berlina verde pisello; credo che con quel colore avessero fatto solo la sua auto. Forse era una vernice sperimentale e, verosimilmente, unica ed irripetuta; quasi un prototipo che terminò la sua carriera in un fossato per una curva fatta a tavoletta dopo essere partito dalla radio in preda ad una incazzatura stratosferica. Poi fece il grande passo e comprò un'auto seria, una nuovissima Ford Taunus bianca a metano.
Abbiamo passato centinaia di ore a parlare di musica, di testi di canzoni, soprattutto di quel fenomeno nuovo che erano i cantautori italiani. In particolar modo erano i cantautori "contro", quelli alternativi, che con le loro parole spesso irriverenti, crude e taglienti, stimolavano i pensieri più profondi e le rabbie più sopite. Cavazza aveva una grande passione per la fotografia.
Fa parte di quella piccola schiera di persone che "ci sono sempre" ed ha un cuore che è decisamente molto più grande di lui.

La programmazione veniva rivisitata spesso anche perché si cercava di combinare le diverse fasce orarie con i potenziali ascoltatori per cui nel primo pomeriggio si programmava prevalentemente musica a richiesta con le dediche dei ragazzi che invece di studiare e preparare le interrogazioni se ne stavano attaccati alla radio ad ascoltare la musica.

Le fasce più critiche erano quelle verso l'ora di cena e la notte tardi; nel primo caso era convinzione comune che a quell'orario fossero le casalinghe ad ascoltarci intanto che preparavano la cena.
Quale migliore programmazione per quella fascia di utenti se non il liscio!!
Ma chi di noi avrebbe voluto avventurarsi su un genere musicale di quel tipo? Chi avrebbe rinunciato ad una più gratificante programmazione di musica inglese, di rock, di successi per limitarsi ad una musica da balera romagnola?
Ecco la soluzione.

“Giglioli senior” (padre) era probabilmente il più anziano del gruppo; ovviamente non faceva parte della combricola del bar ma era entrato in radio assieme a suo figlio Claudio. Era un grande amante della tecnologia, aveva la passione per la musica ma soprattutto per l'alta fedeltà. E quanto ne andava fiero; una sera passai a casa sua e rimasi esterrefatto perché per la prima volta nella mia vita ho avuto modo di ascoltare la musica in un impianto in quadrifonia! Era una cosa unica, con una fedeltà incredibile. E non faceva in tempo ad uscire qualcosa di più tecnologicamente avanzato che lui già l'aveva provato se non anche comprato. Lui era l'uomo giusto per questa fascia oraria ed il genere calzava bene perché non era necessario usare tecniche esasperate nel trasmettere valzer e mazurke; quanti spazi bianchi fra un pezzo e l'altro dove presentava il brano e poi, quando Dio voleva, iniziava la musica. La sua passione per la tecnologia la esprimeva anche in radio perchè lui non usava i microfoni ordinari di cui disponevamo noi comuni mortali, lui si portava da casa un microfono Sennheiser come quelli che usavano alla Rai per il Telegiornale e poi, finita la trasmissione, se lo riportava a casa nella sua bella custodia nera.

"Ragazzi, dobbiamo dare soprattutto della qualità, dobbiamo distinguerci perchè abbiamo le competenze; non ce l’ha nessuno un programma serale di musica Pop come la facciamo noi. Forse Punto Radio può tenerci testa ma è una gara tutta da giocare"
Gianni era convinto che nel nostro piccolo potevamo fare la differenza perchè avevamo dei veri professionisti come Sandro di San Prospero.

"Sandro" era un ragazzo di buona famiglia, figlio di un medico, amava la musica pop. Aveva una cultura musicale che ti lasciava stordito. Abbinava alla proprietà di linguaggio una conoscenza dei dischi, dei gruppi, dei musicisti veramente insolita per quell'epoca. Poi era creativo, originale, non fuori dalle righe, ma sopra le righe per la qualità e la professionalità. Me lo ricordo in trasmissione con quelle cuffie Sennheiser marroni, uniche perchè pesantissime e, anzichè montare le spugne negli auricolari avevano dei contorni morbidi ripieni di olio per isolare completamente i rumori esterni. Portava sempre al collo la sua inseparabile sciarpa color cammello, come Linus la sua coperta.
Era appassionato di Radio Luxembourg e non ho mai capito come facesse a riceverla; ci ho provato e riprovato non so quante volte ma, a me, quella radio lì non mi è mai successo di sentirla, a casa mia quella frequenza lì non arrivava proprio. La cosa mi incuriosiva parecchio perché a Radio Luxembourg si diceva ci fosse il meglio dei DJ di musica pop; lui peraltro aveva buona padronanza nel dialogo con il microfono, non era mai imbarazzato ed abbinava questa sicurezza nella presentazione con una serie di informazioni sul significato del brano, sulle emozioni della musica, sulla discografia dei gruppi utilizzando un inglese perfetto degno di un vero Lord. La sua passione per la musica Pop gli aveva nel tempo permesso di acquistare gli LP che amava e quando andava in trasmissione, programmava i suoi dischi, portandoseli da casa perché in radio quei dischi non c'erano.
Tutti noi rimanevamo a bocca aperta a sentire quanto ne sapesse sui Van der Graaf Generator piuttosto che sui Tangerine Dream oppure sugli Allman Brothers Band e con quale proprietà di linguaggio illustrasse le atmosfere dei brani o la tecnica musicale dei singoli componenti del gruppo con continui richiami alla discografia del gruppo ed alle esperienze musicali dei suoi singoli componenti.

Verso la fine della serata si faceva il punto della situazione economica e qui piano piano in molti si allontanavano….
La pubblicità radiofonica era agli inizi, tutti ci prodigavamo a fare da promotori pubblicitari nei confronti dei negozianti che meglio conoscevamo oppure cercando di spiegare agli artigiani la potenza della diffusione della pubblicità alla radio.
I risultati però erano molto magri e spesso ci ritrovavamo in sala di incisione a rifare la cassetta del Despar di Giancarlo Luppi elencando le singole offerte con i prezzi scontati di settimana in settimana; ora quelle cose lì le leggiamo nei volantini che ci intasano la cassetta della posta.

"Se ci crediamo dobbiamo autotassarci, dobbiamo mettere una quota mensile in radio per comprare i dischi, per pagare la luce (ma l'abbiamo mai pagata?); qui c'è la lista dei soci.... con 5.000 lire al mese, se tutti facciamo la nostra parte, riusciamo a pareggiare i costi".
Gianni cercava così di fare leva sulla responsabilità di ognuno di noi e devo dire che ha funzionato, la partecipazione c'è stata.
Ciò che non ha funzionato è stato il raggiungimento del break even point; credo non si sia mai riusciti a fare un mese con saldo positivo!

La notte era arrivata, la riunione era finita.
Ma a casa proprio non se ne parlava di andare.
Il silenzio della notte, il buio, il gruppo dei pochi rimasti era la condizione ideale per mettersi a fare gli stacchetti. Quanta abilità occorreva a fare queste cose!
Leo ed il Giglio erano a mio modo di vedere i più bravi. Non ho idea di quante volte rifacessero le stesse registrazioni fino al raggiungimento della perfezione, quasi assoluta.
Usavano l'AKAI per fare l'eco e ancora oggi quando ascolto quei pochi nastri che sono sopravvissuti al tempo ed agli eventi, resto emozionato sapendo con quali attrezzature ma soprattutto con quale abilità si era riusciti ad ottenere risultati di quel livello.
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